Nel primo articolo abbiamo spiegato cos’è la SEO per l’AI, come funzionano le AI Overviews e perché il campo da gioco è cambiato. Se sei qui, significa che hai già capito la direzione e vuoi capire come muoverti concretamente: quali pratiche seguire, quali errori evitare, e come fare in modo che la SEO per l’AI non sia un compartimento stagno ma parte di una strategia digitale coerente.
Bene. Partiamo dal presupposto che non esistono formule magiche, ma esistono principi solidi, sfide reali da non sottovalutare, e un modo sensato per integrare tutto.
Le migliori pratiche SEO per contenuti nell’era dell’AI generativa
Quando si parla di “best practice” in un settore che cambia ogni sei mesi, il rischio è produrre elenchi già vecchi mentre li si scrive. Per questo partiamo da qualcosa di più duraturo: i principi che guidano le pratiche, non le singole tecniche.
Il punto di partenza, confermato da Google con ogni aggiornamento, è uno solo: un contenuto di qualità autentica sopravvive a qualsiasi cambiamento algoritmico. Questo vale per la SEO classica, vale per la GEO, varrà per qualunque evoluzione futura. Il problema è che “qualità autentica” è una formula che ognuno interpreta a modo suo. Proviamo a renderla concreta.
Scrivere per rispondere, non per posizionare
Il cambio più profondo che la SEO per l’AI richiede è mentale prima che tecnico. Finché si scrive pensando principalmente a “cosa vuole il motore di ricerca”, il contenuto ne risente. Bisogna scrivere pensando a cosa vuole sapere l’utente, in modo completo, preciso e verificabile.
In pratica, questo significa strutturare i contenuti come risposte, non come articoli generici su un tema. Un articolo che risponde a “come scegliere un software di contabilità per una PMI” è più utile, più citabile e più efficace di un articolo intitolato “software di contabilità: tutto quello che c’è da sapere”.
La differenza non è nel titolo: è nell’approccio. Il primo parte da una domanda reale. Il secondo parte da un argomento.
Curare la struttura come se fosse architettura
I modelli linguistici che alimentano le risposte AI leggono i contenuti in modo diverso da un essere umano. Interpretano la gerarchia degli heading, la lunghezza dei paragrafi, la presenza di elenchi e FAQ, la coerenza tra titolo e contenuto. Un articolo ben scritto ma mal strutturato può essere invisibile all’AI anche se è eccellente per un lettore umano.
Le regole strutturali da applicare con coerenza:
- H1 unico e specifico, che contenga la domanda o il tema principale.
- H2 descrittivi, ciascuno dei quali deve avere senso anche fuori contesto. “Vantaggi” non funziona. “Vantaggi dell’ottimizzazione per AI rispetto alla SEO classica” funziona.
- Paragrafi brevi, con una sola idea ciascuno. Se un paragrafo contiene tre concetti diversi, l’AI fatica a estrarne uno preciso.
- Risposta immediata, prima dell’espansione. Ogni sezione dovrebbe aprirsi con la risposta alla domanda implicita nel titolo, poi approfondire.
- FAQ esplicite per le domande più frequenti degli utenti, con schema markup FAQPage implementato.
Usare i dati strutturati in modo intelligente
Il markup schema in formato JSON-LD è uno degli strumenti tecnici più impattanti per la visibilità nelle risposte AI. Non è obbligatorio, ma aumenta significativamente la “leggibilità” del contenuto da parte di Gemini e degli altri sistemi generativi. Alcune analisi del 2026 stimano un incremento della visibilità AI fino al 30% con un’implementazione corretta dei dati strutturati.
I tipi di schema più rilevanti per la SEO per l’AI:
- FAQPage: per le sezioni con domande e risposte esplicite.
- HowTo: per le guide procedurali passo dopo passo.
- Article con autore identificabile: il nome, il ruolo e la bio dell’autore sono segnali di E-E-A-T.
- Organization: per collegare il sito all’entità aziendale con dati verificabili.
- Product e Review: fondamentali per l’e-commerce nell’ottica delle AI Overviews su query transazionali.
Una regola da tenere sempre a mente: i dati nel markup devono corrispondere ai dati visibili sulla pagina. Non si può inserire nel JSON-LD un’informazione che l’utente non trova leggendo il testo. Google lo verifica e penalizza le discrepanze.
Bilanciare produzione umana e supporto AI nella creazione dei contenuti
Secondo il “State of SEO 2026” di Search Engine Journal, il 66% dei professionisti SEO considera ancora la creazione di contenuti originali la strategia più efficace. Eppure il 40% afferma che scalare la produzione di contenuti di qualità è il compito più difficile.
La risposta che molti stanno adottando è un approccio ibrido: l’AI accelera le fasi operative (ricerca, bozze, strutturazione), ma la voce, i dati originali, l’esperienza diretta e la revisione critica restano umane. È l’unico modo per produrre contenuti che abbiano quella “E” di Experience che oggi fa la differenza tra un contenuto citabile e uno ignorato.
Il problema dei contenuti interamente generati dall’AI senza controllo umano è che tendono verso il denominatore comune: plausibili, fluenti, ma privi di prospettiva originale. Sono esattamente il tipo di contenuto che l’AI generativa non ha motivo di citare, perché potrebbe generarne uno identico da sola. Prima di affrontare queste strategie con l’AI, è utile capire cosa penalizza davvero Google.
Come ottimizzare un sito web per i motori di ricerca basati su AI
Passando dal contenuto alla struttura del sito nel suo complesso, ci sono alcune aree di intervento tecnico che nel 2026 non sono più opzionali.
La base tecnica rimane condizione necessaria
Prima di qualsiasi ottimizzazione GEO, il sito deve avere una base tecnica solida. Velocità, Core Web Vitals, compatibilità mobile-first, struttura di navigazione chiara: sono diventati quello che in ingegneria si chiama “requisiti igienici”, ovvero condizioni minime senza le quali nessuna strategia avanzata funziona. Un sito lento o con una struttura confusa viene escluso a priori dai sistemi di ranking e dalle sintesi AI, indipendentemente dalla qualità dei contenuti.
Nello specifico, Google penalizza i siti con tempi di caricamento superiori ai 2,5 secondi per il parametro LCP (Largest Contentful Paint). Le immagini in formato WebP o AVIF, un server performante e l’ottimizzazione del codice sono interventi essenziali, non accessori.
Architettura a cluster come segnale di autorevolezza tematica
I sistemi AI favoriscono i siti che dimostrano copertura approfondita di un tema, non quelli con una pagina singola per argomento. La logica dei topic cluster, con una pagina pillar centrale e articoli satellite sui sotto-argomenti, invia all’AI un segnale preciso: questo sito è una fonte autorevole su questo territorio tematico.
L’architettura a cluster funziona anche perché i link interni tra gli articoli del cluster creano un percorso coerente per i crawler e per i modelli linguistici. Ogni articolo satellite supporta la pagina pillar, e viceversa. È un sistema, non una collezione di post scollegati.
Il file llms.txt e la leggibilità per i modelli linguistici
Una delle novità tecniche più discusse del 2025-2026 è il file llms.txt, una sorta di estensione del robots.txt pensata per comunicare direttamente con i Large Language Models. Si tratta di un file in formato Markdown che fornisce una sintesi strutturata del sito, eliminando il rumore (codice, tracker, elementi visivi) e servendo “puro valore” agli LLM.
Non è uno standard universalmente adottato, ma alcuni sistemi di AI Search lo utilizzano già come segnale. La sua implementazione è relativamente semplice e può rappresentare un vantaggio nelle fasi iniziali, prima che diventi pratica comune. Vale la pena approfondirlo se si gestiscono siti con contenuti complessi o con molte categorie tematiche.
Diversificare la presenza oltre il sito
Un punto che molti sottovalutano: le AI generative non estraggono informazioni solo dai siti web. Si alimentano da tutto l’ecosistema digitale: YouTube, Reddit, forum di settore, LinkedIn, Wikipedia, media, recensioni. Un brand che esiste solo sul proprio sito è meno “recuperabile” di uno che ha una presenza coerente su più piattaforme.
Le attività concrete su cui concentrarsi:
- YouTube: video esplicativi e tutorial linkati agli articoli del sito. Google cita frequentemente YouTube nelle AI Overviews.
- LinkedIn: articoli e post che dimostrano l’expertise dell’autore e del brand.
- Menzioni su media di settore: digital PR, interviste, citazioni in articoli di terzi.
- Recensioni strutturate: su Google Business Profile, Trustpilot o piattaforme di settore. Le AI privilegiano le fonti con feedback verificabili di utenti reali.
- Community di settore: presenza attiva (non promozionale) su forum, gruppi e community tematiche.
Per sapere quali tool usare per mettere in pratica queste strategie, leggi la nostra guida agli strumenti AI per la SEO.
Le sfide reali della SEO per l’AI
Fin qui le buone pratiche. Ma sarebbe disonesto non parlare delle difficoltà. La SEO per l’AI presenta alcune sfide strutturali che chiunque voglia operare in questo campo deve conoscere.
La black box: ottimizzare senza dati diretti
È la sfida più frustrante. I sistemi di AI generativa non restituiscono dati di posizionamento o traffico nel senso tradizionale. Non puoi aprire una dashboard e vedere “sei citato nelle AI Overviews per la keyword X con CTR del 3%”. Le risposte AI sono opache per definizione.
Quello che puoi fare è misurare i segnali indiretti: le citazioni rilevate con tool come SEMrush AI Overview Tracker o Ahrefs, le brand mentions sulle piattaforme AI verificate manualmente, il rapporto impressioni/clic su Search Console (se le impressioni crescono ma i clic calano, probabilmente stai alimentando risposte AI). È un’ottimizzazione su segnali proxy, non su metriche dirette. Richiede un cambio di mentalità rispetto alla SEO classica.
Il “decoupling effect” e la revisione del ROI
Il fenomeno già citato nel primo articolo merita un approfondimento strategico. Quando il tuo sito viene usato come fonte per una AI Overview, ottieni visibilità ma non necessariamente traffico. Questo rompe il modello ROI tradizionale della SEO, dove traffico organico = opportunità di conversione.
Bisogna ridefinire cosa si intende per “risultato” in questo contesto. Un’azienda che viene citata spesso nelle risposte AI costruisce fiducia preventiva: l’utente arriva già orientato, con una percezione positiva del brand, perché l’AI lo ha già riconosciuto come fonte competente. Il clic può avvenire in un secondo momento, in modo diretto o tramite ricerca di marca. È un funnel più lungo, ma spesso più qualificato.
Il rischio dell’uniformità: quando tutti ottimizzano allo stesso modo
Man mano che le pratiche GEO si diffondono, c’è un rischio concreto: se tutti strutturano i contenuti nello stesso modo, usano gli stessi schemi, rispondono alle stesse domande con la stessa formula, il risultato è un’omologazione. I sistemi AI troveranno fonti interscambiabili e sceglieranno in base ad altri segnali (autorevolezza storica, domain authority, citazioni esterne).
L’antidoto è la prospettiva originale: dati che nessun altro ha, casi studio proprietari, punti di vista costruiti sull’esperienza diretta. Non è una questione di stile: è una questione di contenuto. Un articolo che aggiunge un dato che non esiste altrove ha un valore intrinseco che nessuna ottimizzazione tecnica può replicare.
L’instabilità delle regole
Google aggiorna continuamente i criteri con cui le AI Overviews selezionano le fonti. Quello che funziona oggi potrebbe essere meno efficace tra sei mesi. Non è una scusa per non fare nulla: è una ragione per costruire su fondamenta solide (E-E-A-T, qualità del contenuto, autorevolezza reale) piuttosto che su tattiche ottimizzate per un momento specifico.
Chi ha costruito reputazione e contenuti di valore nel lungo periodo è strutturalmente meno esposto agli aggiornamenti algoritmici. Chi ha ottimizzato solo in superficie si trova a dover ricominciare ogni volta che le regole cambiano.
L’attribuzione del traffico AI: un problema ancora aperto
Fino a maggio 2025, i link generati dall’AI Mode di Google includevano l’attributo noreferrer, rendendo impossibile risalire alla loro origine in GA4 o Search Console. La situazione è migliorata, ma il tracciamento del traffico proveniente dalle risposte AI rimane parziale e impreciso.
Questo crea una difficoltà reale nella valutazione dell’impatto delle attività GEO. Nel breve periodo, bisogna accettare un livello di incertezza nelle metriche e affidarsi a una lettura combinata di più segnali invece di un’unica metrica chiave.
Come si integra la SEO per l’AI con le altre strategie di marketing digitale
Arrivo al punto che trovo più interessante, e che viene sistematicamente trascurato nei contenuti su questo tema. La SEO per l’AI non è un silos. Non funziona bene se viene gestita in isolamento dal resto della strategia digitale. E paradossalmente, è proprio la sua integrazione con gli altri canali a renderla più efficace.
SEO per l’AI e content marketing: un’unica strategia editoriale
Il content marketing e la SEO per l’AI condividono lo stesso obiettivo di fondo: creare contenuti che rispondano a bisogni reali in modo autorevole. La differenza è che il content marketing ha sempre pensato a lungo termine alla costruzione del brand, mentre la SEO tradizionale era spesso più orientata al breve (keyword, ranking, traffico immediato).
La SEO per l’AI avvicina la SEO alla logica del content marketing: richiede investimento continuativo, costruzione di reputazione, coerenza editoriale nel tempo. Il piano editoriale per la SEO per l’AI è intrinsecamente un piano di content marketing.
Un approccio pratico efficace è il repurposing sistematico: ogni articolo pillar prodotto per il blog può generare una serie di formati secondari. Tre post social tematici, una newsletter, un breve video esplicativo. Le aziende che adottano questa logica ottengono in media il 50% di traffico in più dagli stessi contenuti rispetto a chi pubblica solo sul blog senza distribuire.
SEO per l’AI e social media: la reputazione distribuita
I social media non sono più canali separati dalla SEO: sono segnali di autorevolezza distribuiti che le AI leggono insieme al sito. Una presenza social coerente e attiva contribuisce a costruire l’entità del brand in modo riconoscibile per i sistemi generativi.
In pratica questo significa che un articolo pubblicato sul blog va poi distribuito su LinkedIn con un punto di vista aggiunto (non solo il link), che i video su YouTube devono essere collegati ai contenuti del sito, che la presenza su piattaforme dove il settore è presente (forum specializzati, community professionali) contribuisce alla reputazione complessiva.
La generazione Z usa già TikTok e Instagram come motori di ricerca. È un fenomeno da monitorare, ma non è ancora il fronte principale per la SEO per l’AI nel contesto B2B e professionale.
SEO per l’AI e paid advertising: complementari, non alternativi
Un errore frequente è pensare che la SEO per l’AI e il paid advertising competano per le stesse risorse. In realtà sono complementari, specialmente in questa fase di transizione.
Il paid advertising (Google Ads, LinkedIn Ads) garantisce visibilità immediata e controllata, con metriche precise. La SEO per l’AI costruisce autorevolezza di lungo periodo, meno prevedibile nel breve termine ma strutturalmente più solida. Per le query informative dove le AI Overviews sottraggono traffico organico, il paid può compensare nel breve periodo mentre la strategia GEO matura.
Esiste anche una sinergia diretta: gli annunci paid che portano traffico qualificato su un contenuto aumentano i segnali di engagement (tempo sulla pagina, interazioni) che a loro volta contribuiscono all’E-E-A-T percepito dall’algoritmo. Non è un effetto immediato, ma è documentato.
SEO per l’AI e digital PR: costruire le citazioni esterne
Il digital PR, inteso come attività di costruzione di menzioni autorevoli su media di settore, è diventato uno degli strumenti più preziosi per la SEO per l’AI. Le citazioni esterne su fonti riconosciute sono uno dei segnali più forti per i sistemi generativi: se media autorevoli parlano del tuo brand, l’AI lo riconosce come entità affidabile.
Attività concrete di digital PR utili per la SEO per l’AI: comunicati stampa con dati originali (statistiche proprietarie, ricerche interne), partecipazione come speaker a eventi di settore (i resoconti degli eventi vengono indicizzati e citati), guest post su blog di settore con firma riconoscibile, collaborazioni con altri professionisti per contenuti co-firmati.
La visione d’insieme: una strategia, molti strumenti
Il punto di arrivo di questo articolo è semplice. La SEO per l’AI non è una disciplina separata che si aggiunge alla lista delle cose da fare. È una lente nuova attraverso cui guardare tutte le attività di marketing digitale già in corso.
I contenuti che produci per il blog servono anche per la GEO. La reputazione che costruisci sui social conta anche per le AI. Le citazioni che cerchi con il digital PR sono gli stessi segnali che le AI usano per decidere chi è autorevole. Il paid può supportare la crescita dell’organico nelle fasi di transizione.
L’unica cosa che non funziona è affrontare questo cambiamento come se fosse un problema tecnico isolato da risolvere con qualche accorgimento. Non lo è. È una trasformazione nel modo in cui la visibilità digitale funziona, e richiede un approccio integrato, paziente e basato su dati reali.
Se vuoi capire come applicare queste strategie al tuo contesto specifico, la nostra consulenza SEO per AI Search è il punto di partenza giusto: lavoriamo su analisi concrete, non su ricette generiche.
Questo articolo fa parte di un esperimento di contenuto condotto in collaborazione con
Elisa Contessotto.
Per maggiori dettagli sul progetto, leggi il post su LinkedIn.
Contenuti
- 1 Le migliori pratiche SEO per contenuti nell’era dell’AI generativa
- 2 Come ottimizzare un sito web per i motori di ricerca basati su AI
- 3 Le sfide reali della SEO per l’AI
- 4 Come si integra la SEO per l’AI con le altre strategie di marketing digitale
- 5 La visione d’insieme: una strategia, molti strumenti